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Luigi Penasa

In mostra presso lo Studio d'Arte Andromeda dal 25 febbraio al 10 marzo 2012

Inaugurazione 25 febbraio ore 18

Luigi Penasa

Vive e lavora a Trento, Italia, Europa. La pittura è da sempre al centro dei suoi interessi artistici, sue opere sono state esposte in numerose mostre collettive e riunite, quali bilanci periodici di una ricerca continua, in diverse mostre personali in Italia e all’estero. Fa parte dell’associazione culturale Studio d’Arte Andromeda, all’interno della quale si impegna nell’organizzazione e realizzazione di vari laboratori artistici, teorici e pratici, rivolti ai giovani del territorio.

Ho sempre lasciato che la materia, il colore, la carta si liberasse della tecnica per divenir gesto, e il gesto figura. Gesti ripetuti scombinando, più o meno consciamente, i singoli fattori nell’attesa di sorprendermi del risultato finale, nell’attesa di vedervi un percorso possibile, un’epifania di senso.
Qualcuno ha detto che il compito dell’artista è quello di “ mettere al mondo il mondo “, se questo è vero e penso lo sia, penso anche che , almeno per me, si tratta di un processo non governabile, io mi ritrovo a seguire istintivamente tempi e modi non codificati ne riconducibili alla mia sola volontà.
Ora mi pare che questo mio “modo di rifiutare un modo” senta il bisogno di riordinarsi, di risentire empaticamente il proprio tempo riandando a figure senza tempo da sempre impresse nelle grotte del mio cervello. E come se sentissi l’esigenza di un tributo al passato per tentare di dare un senso al futuro, convinto che l’arte vive attraverso l’influenza che esercita su altra arte, e non quale residuato fisico delle idee dell’artista. La ragione per cui ci si rifà agli artisti del passato e li si resuscita è perché la loro opera diventa base, fondamento della nostra opera, strato dopo strato. L’occhio del pittore vede il mondo, ciò che manca al mondo per essere quadro, e ciò che manca al quadro per essere se stesso: vede sulla tavolozza il colore che il quadro attende, vede, una volta compiuto, il quadro che risponde a tutte queste mancanze, e vede infine i quadri degli altri, altre risposte ad altre mancanze.
Un gesto mai fine a se stesso e mai completamente compiuto, piuttosto come una continuità evidente tra il corpo dell’artista e l’opera realizzata per diventare poi un metaforico passaggio di testimone dall’artista stesso allo spettatore. E allora è proprio questa assenza di un significato compiuto che innesca la ricerca di senso nella mente di chi si ferma a guardare.
“ l’unico modo di esistere per l’artista è la fuga “. L’artista cioè non può mai dire di avere raggiunto quello per cui lavora. Ciò che vi è di più intimo e costitutivo gli apparirà sempre oltre il già fatto. Perché l’arte si strappa continuamente dalla propria radice, ma la propria radice è paradossalmente questo stesso strappo. Come in una sala d’attesa. Convinto però che l’attesa sia di per sé positiva, presupponga una speranza di futuro, la possibilità di una azione, non inerzia o immobilità rassegnata.
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